Le bugie del Cremlino

15 Settembre 2007 2 commenti


Fra tre settimane sarà il primo anniversario della morte di Anna Politovskaya. Sotto accusa naturalmente (da subito) il Cremlino a cui la coraggiosa giornalista russa da tempo creava grattacapi. E proprio con il montare della reazione internazionale, Putin – dopo un silenzio agghiacciante – adesso sforna notizie ogni giorno. Arresti gratuiti, incriminazioni improbabili frutto di un’inchiesta dai contorni misteriosi visto che sono stati cacciati di botto gli investigatori che indagavano sull’omicidio sostituiti non si sa da chi. Stamattina a Mosca hanno catturato Shamil Durayev: sarebbe lui, secondo le autorità, ad aver organizzato l’assassinio di Anna. Insomma, il mandante. Bisogna sapere però che l’obiettivo degli attacchi della Politovskaya è sempre stato Ramzan Kadirov, presidente ceceno pupazzo del Cremlino. Lo aveva sempre accusato direttamente, anche nell’ultimo articolo, per le torture a Grozny. E proprio Kadirov aveva cacciato Durayev: nel 2003, tre anni prima dell’omicidio di Anna. Insomma Durayev nemico giurato di Kadirov: e perchè doveva uccidere la giornalista? Mi ricorda tanto quando fui rapinato a Mosca, nell’immediato post-comunismo. Quando andai al commissariato per la denuncia, mi fecero vedere le foto segnaletiche di tutti ricercati ceceni. Io, che frequentavo da due anni la Russia e capivo molte parole, a spiegare: ma no, sono russi, non ceceni. E loro niente: sono ceceni, siamo sicuri. So anche, per tornare alla notizia di oggi, che la "Komsomolskaya Pravda" (la verità dei giovani comunisti) che ha lanciato ed enfatizzato l’arresto è vicinissima a Putin. Probabilmente ha ragione Ilia, il figlio di Anna: "In Russia è cominciata la campagna elettorale e c’è chi vuol ripulirsi la faccia". Il popolo russo è paziente, fatalista ma non stupido. E soprattutto non dimentica. L’inferno Cecenia

A Guantanamo in fin di vita

14 Settembre 2007 Commenti chiusi


Lontano dalle telecamere, dai palazzi del potere, dal Pentagono e dalla Casa Bianca, si consuma l’altra faccia della guerra al terrorismo: quella dei dimenticati o dei senza nome, a volte incolpati o incarcerati per semplici sospetti di terrorismo. E’ il caso di Sami al-Hai, un giornalista sudanese di Al Jazeera catturato sei anni fa in Afghanistan e da allora detenuto nella prigione americana di Guantanamo, senza accuse formali, senza un processo a suo carico. E’ il britannico Independent, nella sua edizione online, a raccontare la storia. Sami, da giorni in sciopero della fame, si starebbe lasciando morire. Lo ha detto un’equipe di medici psichiatri inglesi e americani che lo ha visitato. Il suo si appresta a diventare così il quinto caso di "suicidio passivo" avvenuto a Guantanamo, dopo quello di tre sauditi e di un yemenita, tutti e quattro trovati morti suicidi nelle loro celle nel centro di detenzione a Cuba. Sami al-Hai, di 38 anni, fu inviato in Afghanistan all’indomani dell’invasione statunitense nell’ottobre del 2001. Il mese successivo lasciò il Paese diretto per il Pakistan insieme alle troupe di Al Jazeera; tentò di tornare in Afghanistan solo dopo aver ricevuto un nuovo visto di ingresso all’inizio di dicembre. Fu allora che Sami venne arrestato dalle autorità pakistane su ordine del comando statunitense. Venne poi consegnato alle autorità americane nel gennaio del 2002, deportato nel centro di detenzione di Bagram in Afghanistan, poi a Kandahar, e successivamente approdò a Guantanamo nel giugno del 2002.  La storia

Cile: anche 68 reporter vittime di Pinochet

12 Settembre 2007 Commenti chiusi

Arrestato giornalista palestinese

12 Settembre 2007 Commenti chiusi

Faeq Jarada, un giornalista della televisione pubblica palestinese, è stato arrestato ieri sera nella città di Gaza dalla polizia di Hamas, secondo quanto hanno rivelato alcuni testimoni oculari e i suoi familiari. Jarada sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione da agenti della Forza esecutiva del movimento islamista. Nel blitz sarebbero state sequestrate diverse videocassette. Hamas aveva annunciato l’intenzione di applicare una legge sulla stampa del 1995, che l’allora presidente Yasser Arafat aveva voluto per meglio controllare l’informazione. La legge, di fatto, non era mai stata applicata, anche se formalmente è sempre restata in vigore. Condannata dai giornalisti palestinesi, la normativa tra l’altro vieta la pubblicazione di notizie atte a compromettere l’unità nazionale e di diffondere informazioni segrete sulla polizia e le forze di sicurezza.

Ai tempi del Vietnam

11 Settembre 2007 1 commento

E c’è ancora chi rimpiange Hitler

10 Settembre 2007 1 commento

Una gaffe sul nazismo e’ costata il licenziamento alla piu’ famosa anchorwoman della tv tedesca. Eva Herman, 48 anni, ha condotto il tg delle 20 sulla prima rete Ard dal 1988 al 2006, quando ha assunto la conduzione di un talk show sulla Ndr, l’emittente pubblica del nord del Paese. Ma la sua popolarita’ non l’ha salvata dalla bufera scatenata dall’affermazione fatta giovedi’ scorso a Berlino, alla presentazione del suo nuovo libro "Il principio dell’Arca  di Noe’ – Perche’ dobbiamo salvare la famiglia". "Nel Terzo Reich ci sono state cose orribili, ad esempio Adolf Hitler", ha dichiarato la bella conduttrice, "ma valori come la famiglia, i bambini e l’essere madre, che allora erano tenuti in alta considerazione, sono stati in seguito aboliti dai sessantottini".  La reazione dell’emittente pubblica in cui lavora l’anchorwoman non si e’ fatta attendere: dopo 72 ore il presidente della Ndr, Volker Herres, ha comunicato il suo licenziamento in tronco. "L’attivita’ di scrittrice della signora Herman", ha spiegato, "non e’ piu’ compatibile con il suo ruolo di moderatrice e presentatrice di talk show". Herres ha riferito che dopo quello che ha detto a Berlino "gli ospiti del suo talk show disdicono la partecipazione o rifiutano a priori un invito". Un consigliere di amministrazione dell’emittente, Sara-Ruth Schumann, presidente della Comunita’ ebraica di Hannover, ha ricordato che i valori magnificati dal nazismo non valevano per le madri e le mogli ebree. La Herman ha replicato sostenendo che "e’ del tutto assurdo e perverso" catalogarla "di estrema destra".

Marocco, libertà ancora lontana

10 Settembre 2007 Commenti chiusi

image_editoMentre le elezioni che si sono appena tenute dovrebbero dimostrare il livello di sviluppo democratico del Marocco, la libertà di stampa è messa in discussione da alcuni recenti provvedimenti. Il direttore e uno dei redattori del settimanale ‘Al Watan Al An’ sono stati condannati per aver pubblicato notizie riservate sul piano antiterrorismo del governo e Ahmed Benchemsi, il direttore dei giornali ‘TelQuel’ e ‘Nichane’, è sotto processo per un editoriale che criticava il re e che è stato considerato "offensivo". Dall’ascesa al trono di re Mohammed VI, nel 1999, bene 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti sono stati condannati a pene detentive. In questo clima surriscaldato, non manca un aspetto che può far sorridere: se Benchemsi è sotto processo è perché gli viene rimproverato, come scrive lui stesso, non tanto il contenuto del suo articolo, quanto il fatto che si rivolgesse al re in "darija", l’arabo parlato in Marocco, considerato lingua nazionale da alcuni e un dialetto volgare da altri. Mélange di parole spagnole, portoghesi, francesi e berbere, oltre che arabe, il marocchino è la lingua del popolo e quella in cui è scritto il giornale ‘Nichane’, mentre l’arabo classico è preferito dalle élite e considerato un elemento unificatore del mondo musulmano. Benchemsi, difendendosi dalle accuse, sottolinea che i testi del governo sono scritti in arabo classico, mentre "il solo documento ufficiale in marocchino resta, fino ad oggi… il Codice della strada!" E commenta: "Lo Stato sostiene la propaganda ufficiale che vuole assimilarci, volenti o nolenti, agli Arabi mediorientali, ma quando si tratta di questioni di vita o di morte (al volante) non si scherza più: bisogna comunicare nella lingua del popolo, la sola che si comprenda chiaramente". 

Ucciso un altro giornalista in Colombia

10 Settembre 2007 2 commenti

Il giornalista indipendente colombiano Javier Darío Arroyave, è stato ucciso, pugnalato tre volte, nella sua abitazione di Cartago (centro-ovest del Paese). Il computer di Arroyave è stato rubato. Nel gennaio del 2005, una fondazione per la libertà di stampa aveva denunciato la chiusura, sotto pressione delle autorità di Cartago, di un programma radio diretto dal giornalista. Arroyave aveva lavorato per Radio Ondas del Valle, filiale del gruppo privato Caracol. Negli ultimi 10 anni, secondo un bilancio di organizzazioni non governative, 80 giornalisti sono stati uccisi in Colombia.

Le minacce della mafia

5 Settembre 2007 Commenti chiusi

Solidarietà di Napolitano a Lirio Abbate, il cronista dell’Ansa minacciato dalla mafia. "Il presidente – ha detto il consigliere del presidente, Cascella- è rimasto colpito dalle parole del giornalista, che ha scelto di non cedere alle minacce e alle intimidazioni della mafia". E i giornalisti siciliani sabato saranno in corteo con Abbate. Il cronista è stato fatto oggetto di un altro fallito attentato, pochi giorni dopo essere tornato da Roma. Le cosche vogliono punirlo per la pubblicazione di un libro scritto insieme a Peter Gomez: "I complici: tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al Parlamento".  Lo stesso Presidente della Repubblica è rimasto colpito dal richiamo di Abbate del suo appello perché sia ‘tenuta sempre alta la guardia, con la piu’ efficace mobilitazione dello Stato e della società civile". "E’ questo moto di coscienza civile che il Presidente della Repubblica vuole sostenere, anche esprimendo a Lirio Abbate i suoi sentimenti di solidarietà e di augurio".  Sabato è stato organizzato un raduno in piazza Croci, a cui ha aderito anche l’Assostampa. Gli ex colleghi del Giornale di Sicilia vogliono essere "fisicamente vicini" a Lirio Abbate, che nel giornale palermitano è cresciuto. "Il messaggio che vogliamo lanciare – concludono – è che dietro Lirio e con Lirio siamo in tanti: lui non tacerà, continuerà il suo lavoro in questa città, nè taceremo noi". "Ognuno si presenti con la copia di uno o più giornali: sono queste le nostre armi, le armi di una scorta fatta di notizie, di idee e di sacrificio personale e quotidiano".

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Giornalisti in fuga da Mogadiscio

5 Settembre 2007 1 commento

Il sindacato nazionale dei giornalisti Somali (Nusoj) ha lanciato l’allarme contro "l’ondata di terrore" che ha costretto numerosi giornalisti a fuggire da Mogadiscio e cercare riparo nei paesi circostanti. Secondo la nota, almeno una trentina di giornalisti ha lasciato negli ultimi giorni la capitale somala dopo aver ricevuto ripetute e realistiche minacce di morte. Almeno una decina di questi, però, si troverebbero bloccati alla frontiera con il Kenya, chiusa dallo scorso dicembre, da quando cioè sono iniziate le operazioni militari etiopi che hanno portato alla cacciata delle Corti Islamiche e all’insediamento nel paese del governo federale di transizione. "Chiediamo al governo di transizione di aiutare questi giornalisti ad entrare in Kenya e chiediamo alla comunità internazionale di prestare attenzione anche a questo aspetto della grave crisi umanitaria che investe il paese" scrive in una nota Omar Faruk Osman, segretario generale del sindacato, il quale, rivolgendosi al Kenya, ricorda come Nairobi abbia "un obbligo internazionale nell’aprire le sue porte ai civili in fuga e permettere loro si restare nel loro territorio in maniera legale". La situazione, aggiunge Faruk Osman, "prova quanto sia diventato pericoloso fare il giornalista in Somalia", per questo "chiediamo alla comunità internazionale di fornire aiuto umanitario a questi giornalisti in fuga". Dall’inizio del 2007 sono sette i giornalisti somali assassinati.

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